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LIBRO VI - SCIPIONE SBARCA IN AFRICA, ANNIBALE RICHIAMATO A CARTAGINE

I – A Cartagine i nemici di Annibale, sordi alle sue richieste d’aiuto, convinsero il senato a mandare un nuovo esercito in Spagna, in sostituzione di quello di Asdrubale Barca.

Questo esercito comandato da Annone si unì a quello di Magone Barca nei pressi di Ilipa (non lontano da Siviglia), mentre Asdrubale Gisgone si trovava vicino a Gades.


Magone Barca

Annone ingaggiò un gran numero di quegli stessi Celtiberi che anni prima avevano tradito Gneo Scipione.

Il Nuovo Scipione, per non dare ai Cartaginesi il tempo di addestrare le reclute e concordare con i Celtiberi la condotta della guerra, mandò Marco Silano con diecimila fanti e cinquecento cavalieri contro Annone e Magone Barca.

Silano avanzò con tale velocità da anticipare con la presenza la notizia del suo arrivo.

Informato dalle guide di essere giunto a dieci miglia dai nemici (circa 15 Km), seppe che in un campo si trovavano i Cartaginesi, nell’altro, senza alcuna disciplina e ordine novemila Celtiberi.

Scipione Africano Marco Silano

Silano, richiesto a gran voce dai veterani di vendicare Gneo Scipione, decise di attaccare per primi i Celtiberi.
Avvicinatosi al loro accampamento si fermò in una avvallamento che lo celava alla vista del nemico. Da qui, fatto ristorare l’esercito e deposti i bagagli, mosse all’attacco dei nemici, costoro quando videro i Romani a meno di un miglio, con grande strepito ed ancor maggiore confusione si prepararono alla battaglia.

Magone ai primi tumulti uscì dal campo prendendo il comando dei Celtiberi.
Costoro, dotati di grande agilità, sono abituati a combattere correndo per tutto il campo di battaglia, ma l’asprezza e la strettezza dei luoghi rendeva vana la loro agilità, mentre i nostri, abituati a combattere a piè fermo, erano massimamente avvantaggiati.

Incapaci di difendersi i nemici furono in gran numero uccisi, o fatti prigionieri, solo duemila fanti e la cavalleria riuscirono a fuggire con Magone e mentre questi riparava presso Asdrubale Gisgone, i Celtiberi si dispersero nelle terre di provenienza.

Annone che era intervenuto in soccorso di Magone fu preso prigioniero.
Asdrubale Gisgone per salvare il proprio esercito, prevenne Scipione e distribuite le forze in varie città, tornò a Gades.

Scipione considerato che troppo tempo occorreva per espugnare ogni singola città, tornò a Tarraco, ma per non lasciare che i nemici spadroneggiassero nella regione (l’Andalusia), mandò il fratello Lucio all’assalto di Orongi (oggi Jimena de la Frontera in Andalusia), la più ricca città della zona.

Orongi fu espugnata, ma per ordine di Lucio Scipione non fu saccheggiata, fu fatta prigioniera la guarnigione Cartaginese e trecento cittadini.
Al resto della popolazione furono restituiti i propri beni. 


Lucio Scipione

La magnanimità di Lucio Scipione fu causa di grande malcontento tra i soldati che si videro privati dell’atteso bottino.

 

II – Avvicinandosi la stagione invernale Scipione, per non gravare su una singola città, distribuì le truppe a Tarraco, Cartagena e Orongi.

Qui svernavano i soldati che pochi mesi prima avevano espugnato la città, tra costoro come detto, a causa del mancato bottino, serpeggiava il malcontento.
Aumentava lo scontento il fatto che Orongi era una città ricca soprattutto per le fertili campagne e le numerose mandrie. Si lamentavano i legionari che Scipione li aveva mandati tra contadini e pastori, mentre i loro commilitoni potevano godere delle comodità e degli svaghi di grandi città.
Ad accrescere ancor più il risentimento, pesava il ritardo nel pagamento degli stipendi.

In questo torno di tempo Scipione fu preda di una grave malattia, in breve fu diffusa la notizia che era morto.
Ci accorgemmo allora di quanto fossero labili le nostre conquiste.

Mandonio e Indibile chiamarono alle armi i Lacetani, popolazione Pirenaica e assieme alla gioventù dei Celtiberi attaccarono gli alleati dei Romani.


Mandonio e Indibile

Ma l’episodio più doloroso e più vergognoso si svolse ad Orongi dove svernavano i più turbolenti dei legionari.

Costoro dando credito alla notizia della morte di Scipione, pensando di agire impuniti, prima si diedero a depredare la popolazione del luogo, poi cacciati i tribuni militari si ribellarono apertamente.

Mentre aspettavano notizie circa i funerali di Scipione, appresero che non solo non era morto, ma che superata la malattia era più vigoroso che mai.
Scipione peraltro pur non volendo infierire sui rivoltosi, non poteva tollerare che tali episodi infamassero l’esercito Romano.

Si risolse quindi a mandare ad Orongi sette tribuni militari, uomini esperti e pieni di risorse.
Costoro, pur accolti freddamente, conquistarono la fiducia dei soldati dando loro ragione ed aggiungendo che nulla era accaduto di tanto grave da non poter essere rimediato.
Raccolte le lamentele circa il ritardo nel pagamento degli stipendi, dissero che potevano andare a Cartagena per ritirarli, decidessero loro se preferivano andare ciascuna coorte singolarmente o tutti assieme.
Per quanto resi fiduciosi da tanta liberalità, i soldati risposero che sarebbero andati tutti assieme.

La gravità dell’accaduto indusse Scipione a convocare un consiglio di guerra per decidere quali provvedimenti prendere.
Fu deciso di procedere con moderazione.
Sentiti i sette tribuni, furono individuati i caporioni della rivolta.
Appena i soldati arrivarono per ritirare lo stipendio l’esercito chiuse ai convenuti ogni possibilità di fuga. Allora Scipione, rampognati severamente i rivoltosi, fece condurre di fronte al pretorio (la tenda del comandante)i trentacinque colpevoli.

Un araldo, accompagnato dagli strepiti degli scudi percossi dalle spade, chiamava per nome i condannati.  
Quando tutti furono legati ad un palo, prima vennero percossi con le verghe, poi decapitati.

Come promesso agli altri fu pagato lo stipendio.

 

III - In quello stesso tempo, un legato di Magone Barca, che come tanti Cartaginesi aveva nome Annone, fu mandato da Gades con un modesto contingente, ad eccitare alla rivolta, con il miraggio di ricchi premi, le popolazioni stanziate lungo il fiume Beti (oggi Guadalquivir).

Intercettato da Lucio Marcio a stento si salvò con precipitosa fuga.


Lucio Marcio

Frattanto Gaio Lelio, attraversato lo Stretto (di Gibilterra) si avvicinava a Carteia (prossima a Tarifa, non lontana da Cadice), antichissima città sita all'imbocco dell'Oceano, dove il mare, uscito dalle fauci dello Stretto, si distende a perdita d’occhio.

Lelio era stato allettato dalla speranza di prendere Gades, per il tradimento di alcuni congiurati, ma una delazione svelò il piano.

Magone arrestati i colpevoli li consegnò al comandante della sua flotta, Aderbale, perché li portasse a Cartagine. Questi imbarcò i prigionieri su una quinquereme, scortandola con otto triremi.
Lelio, avvistato il convoglio Cartaginese, uscì dal porto di Carteia per attaccarlo.
Aderbale, pur sorpreso dalla inattesa apparizione della flotta Romana, mandata avanti la quinquereme, si preparò al combattimento.

Per proteggere la fuga della quinquereme dovette sacrificare tre triremi, che furono affondate dai Romani. Infine lui stesso fuggì con le navi superstiti.
Lelio rientrato vittorioso a Carteia, apprese che la congiura era stata scoperta, rendendo vane le sue speranze di prendere Gades senza combattere, decise pertanto di tornare presso Scipione, consigliando a Marcio di fare altrettanto.

Magone, informato della rivolta nel campo Romano e della insurrezione guidata da Mandonio e Indibile, aveva affidato ad Aderbale il compito di chiedere al senato Cartaginese, esagerando l'importanza e della rivolta dei legionari, nuovi aiuti per riconquistare l'intera Spagna.

 

IV – Mandonio e Indibile, appreso che Scipione lungi dall'essere morto era in piena salute, si fermarono in attesa degli eventi, ma quando vennero a sapere a quale pena erano stati condannati i capi della rivolta dei soldati Romani, temendo che sarebbero stati sottoposti ad analogo supplizio, tornati presso i Lacetani, ripresero le ostilità.

Attraversato l'Ebro con ventimila uomini e duemila cavalieri, posero il campo nel territorio dei Sedetani, confinante con quello degli Ilergeti, loro terra d'origine.
Scipione, in quel torno di tempo, si trovava a Cartagena con una parte dell'esercito, deciso a stroncare definitivamente le velleità di Mandonio e Indibile, ordinò a Silano di muovere da Tarraco con il resto dell'esercito, per congiungersi sulle rive dell'Ebro nel territorio degli Ilergeti (non lontano dall'attuale Mequinenza).

Mandonio e Indibile, avvertiti dell’avanzata di Scipione, lasciato il territorio dei Sedetani attraversarono nuovamente L'Ebro, per accamparsi nel territorio degli Ilergeti, qui giunti chiamarono a raccolta i Celtiberi, per opporsi ai nostri con grandi forze.
Resi baldanzosi dal loro numero e dal desiderio di combattere dei Celtiberi, gli Spagnoli quando videro l'esercito di Scipione, si prepararono alla battaglia. Avevano diviso le loro forze in tre parti, una era costituita dalla cavalleria, la seconda dalla fanteria, la terza parte al comando di Mandonio e Indibile, occupata una collina, si teneva di riserva.

Scipione osservato lo schieramento dei nemici, mandò a Silano suoi messaggeri con l'ordine di portarsi nascostamente alle spalle della fanteria nemica.
La battaglia iniziò nella pianura con lo scontro delle cavallerie, più volte i nostri cavalieri inseguiti dai nemici, ripararono tra le file dei fanti, contro i quali si infrangeva la cavalleria Spagnola, che logorata dalle continue perdite, pur continuando a combattere, aveva perso slancio e vigore.

Allora congiuntamente i nostri fanti e i cavalieri, passarono al contrattacco.
In quella la fanteria nemica che aveva assistito passivamente agli scontri, fu chiamata in difesa dei propri cavalieri, ma ecco che alle loro spalle squillarono le trombe dell'esercito di Silano.

Abbandonati dai fanti, i cavalieri Spagnoli che non riuscirono a fuggire furono massacrati sino all'ultimo uomo.
Dei fanti tremila furono presi prigionieri, pochi riuscirono a fuggire, gli altri restarono sul campo di battaglia morti o feriti.

Mandonio e Indibile con il loro contingente si diedero alla fuga.
Gli accampamenti degli Spagnoli furono presi e saccheggiati.
Nell'aspra battaglia caddero dei nostri milleduecento uomini, tremila furono i feriti.   
Mandonio e Indibile temendo di essere consegnati ai Romani, decisero di affidarsi alla clemenza di Scipione.
Mandonio in veste di supplice si recò dal comandante Romano.

Implorato il suo perdono, maledisse l’ira del fato che aveva condotto lui ed il fratello ad un tale passo, rimetteva pertanto le loro vite nelle sue mani.
Scipione, dopo averlo severamente rampognato, concesse a lui e ad Indibile la vita e la libertà, ma quale ammonimento impose agli Ilergeti di pagare lo stipendio annuale dell'esercito Romano.

Il prezzo dell’insurrezione non fu lieve.

 

V – Rimandato Silano a Tarraco, Scipione tenne dietro a Marcio che già si era avviato verso l’Oceano.

Magone, deluso in tutte le sue speranze, si preparava a lasciare Gades per tornare in Africa, quando ricevette molto denaro e insieme l’ordine di imbarcarsi con la flotta che aveva a Gades per assoldare quanti più Galli e Liguri poteva e andare in soccorso di Annibale.

Magone per disporre di quanto più denaro poteva, non esitò a depredare gli abitanti di Gades, poi con brevi incursioni si diede al saccheggio delle città vicine, ma quando tornò a Gades per imbarcare le ultime cose, gli abitanti gli serrarono le porte in faccia.  

Il Cartaginese dando prova della nota “Fides Punica” (malafede cartaginese), invitati a colloquio i maggiorenti della città li fece crocifiggere.
Dopo questa prodezza sciolse le vele per recarsi nell’isola di Ebusus (oggi Ibiza), abitata da Cartaginesi.
Da qui salpò per sbarcare nella maggiore delle isole Baleari, chiamata Maiorca, dove contava di svernare, ma gli abitanti, avendo in passato sperimentato la doppiezza dei Cartaginesi, lo accolsero con una fitta grandinata di pietre, lanciate dai loro frombolieri, che per la loro singolare abilità sono noti a tutti gli eserciti.

Magone dovette quindi accontentarsi di sbarcare nella più piccola e molto meno  abitata Minorca. Occupato il porto che prese il suo nome (ancora oggi si chiama Mahon), prese possesso dell’isola.

Intanto gli abitanti di Gades aprivano le porte ai Romani. 

 

VI – Cacciati dalla Spagna, i Cartaginesi dedicarono alla Numidia (compresa tra il Marocco e la Tunisia) le loro premure.

Venuto a morte Gaia, padre di quel Masinissa, che aveva valorosamente combattuto in Spagna sotto i loro auspici, cercarono di riguadagnare Siface alla loro causa, temevano infatti che con la morte di Gaia il suo regno si sarebbe rapidamente disfatto.

Per rendere più salda l’alleanza Asdrubale Gisgone diede in sposa al Numida la bellissima figlia Sofonisba.


Sofonisba

Costei, nel fiore degli anni, conosceva tutte le arti della seduzione, con le quali legò a se indissolubilmente Siface, peraltro restando totalmente fedele alla causa del padre.

Avvenne così che il Numida abbandonata l’alleanza con Roma si gettò nelle pericolose braccia dei Cartaginesi.

Masinissa, perso il padre Gaia, per più indizi ebbe ragione di sospettare il tradimento degli antichi alleati, che infatti sostennero Siface nella guerra che questi scatenò contro i Massili, i Numidi che abitavano il regno di Gaia e che furono annientati dalle congiunte forze nemiche.

Per tutta la sua lunghissima vita Masinissa ricordò questo infame tradimento e fino alla morte odiò i Cartaginesi, desiderando più di ogni altra cosa la distruzione di Cartagine.
Spinto prima dai sospetti, poi dalla certezza del voltafaccia Cartaginese, Masinissa prese contatto con Scipione.


Masinissa

Questi ancora giovane aveva avuto modo di osservare alla Trebbia, al Trasimeno ed a Canne, che la irresistibile forza dell’esercito di Annibale era rappresentata dalla cavalleria Numidica, allora comandata da Maarbale.
Fu quindi ben lieto di accogliere nelle sue fila Masinissa, che in modo non diverso da Maarbale aveva comandato la cavalleria Numidica in Spagna, a fianco dei Cartaginesi.

Masinissa, che di Scipione aveva gli stessi anni, apri al Romano il proprio cuore, ricambiato dal nuovo amico, che gli confidò la propria intenzione di andare Roma per porre la propria candidatura al consolato, di seguito attraversato il mare avrebbe portato la guerra in Africa, sotto le mura di Cartagine.

Era Masinissa uomo di straordinario coraggio, straordinario valore e violente passioni, ascoltato Scipione gli chiese una nave, per essere scortato nelle terre dei Massili con i suoi più fedeli cavalieri. Qui giunto avrebbe radunato un nuovo esercito e quando Scipione fosse sbarcato in Africa, lo avrebbe raggiunto con la sua cavalleria, combattendo ad un tempo Siface e i Cartaginesi.

Sugellato il patto, Masinissa si imbarcò per l’Africa.

 

VII – Scipione, affidata la Spagna a Marco Giunio Silano e Marco Ralla Marcio, andò a Roma (nel 206) per presentare la propria candidatura al consolato. 

Consegnato all’erario una enorme quantità di argento, ricevuto nel Senato, rese note le imprese portate avanti in Spagna, informò i senatori che aveva fondato la colonia di Italica (Santiponce presso Siviglia, dove sarebbe nato Traiano) ed infine aveva cacciato tutti i Cartaginesi dall’Iberia.

Furono convocati i comizi per l’elezione dei consoli.
I più vecchi raccontano che mai per una elezione avevano visto un tale concorso di Popolo.
Dalle più lontane città, coloro che avevano diritto di voto (gli abitanti delle civitates optimo iure), erano accorsi a Roma per sostenere Scipione.
Qui i veterani aprirono le proprie case ai veterani, mentre i cittadini comuni furono ospitati dalle gentes amiche di Scipione.

E tutti volevano vedere quel condottiero, che finalmente avrebbe concluso la guerra, cacciando Annibale dall'Italia.

In un tripudio di popolo tutte le centurie all’unanimità elessero Publio Cornelio Scipione dandogli come collega Publio Licinio Crasso.
Questi per essere Pontefice Massimo, per motivi religiosi, non poteva allontanarsi dall’Italia, pertanto in pieno accordo tra i nuovi consoli a Licinio fu assegnato il Bruttio, a Scipione la Sicilia.

Ma Quinto Fabio Massimo Verrucoso, col suo largo seguito di senatori, mostrò di non gradire in nessuna misura il consenso di cui godeva Scipione.

Scipione Quinto Fabio Massimo Verrucoso

Da questo momento in poi il Senato, nella sua maggioranza, prese ad intralciare Scipione. Cominciò Fabio Massimo, che non facendo onore a sé stesso, rimproverò Scipione per non essere stato capace di trattenere Asdrubale in Spagna e per la sedizione dei legionari, da me ricordata.

Invero, al di là di una improvvida invidia, Fabio, mentre vedeva di quale sostegno Scipione godesse presso i nostri alleati, non aveva dimenticato che questi stessi, i cui territori aveva abbandonato al saccheggio di Annibale, lo avevano fieramente avversato.
Viceversa oggi costoro, uniti alla plebe Romana, pensavano che Scipione non solo avrebbe portato a termine vittoriosamente la guerra, ma l'avrebbe condotta in Africa sotto le mura stesse di Cartagine.
Di fatti non era un mistero che, come tutto il Popolo auspicava, Scipione sarebbe passato dalla Sicilia in Africa.

Fabio Massimo non solo disapprovava il disegno di Scipione, ma altresì affermava che solo una delibera del Senato poteva autorizzarlo a passare in Africa.

I senatori se non ebbero il coraggio di opporsi alla volontà popolare, fecero di peggio. A Scipione fu negata la facoltà di arruolare nuove truppe, ma se voleva poteva ricorrere a volontari.

Inoltre poiché Scipione, forse incautamente, aveva dichiarato che la flotta, necessaria per sbarcare in Africa, sarebbe stata allestita senza pesare sulle casse dello stato, i prodi senatori dissero che ad essa doveva provvedere lui stesso. 

 

VIII – L'ingiustizia e l'ipocrisia di tale comportamento si ritorse contro gli avversari di Scipione.

Infatti le città alleate, passando dalle parole ai fatti, stabilirono di andare in suo soccorso in siffatto modo, per prime le città dell'Etruria promisero che avrebbero aiutato il console, ciascuna secondo le proprie possibilità: gli abitanti di Cere avrebbero fornito grano per gli equipaggi; quelli di Populonia il ferro; quelli di Tarquinia la tela per le vele; i Volterrani lo scheletro delle navi e grano; gli Aretini tremila scudi, altrettanti elmi, armi da lancio, lance e frecce; gli abitanti di Chiusi, di Perugia e di Ruselle si impegnarono a fornire il legname per costruire le navi e una gran quantità di grano; gli Umbri, con gli abitanti di Nursia (Norcia), Reate ed Aminterno, assieme ai Sabini promisero di fornire soldati; molti dei Marsi, dei Peligni e dei Marrucini si arruolarono quali volontari; i Camerinesi inviarono una coorte armata di seicento uomini.

In un tempo brevissimo furono allestite trenta navi da guerra, sulle quali imbarcati settemila volontari, Scipione fece vela per la Sicilia.

 

IX – Intanto in Africa, invano Masinissa tentò di riconquistare il regno paterno. Soverchiato dalle congiunte forze di Siface e dei Cartaginesi, più volte fu sul punto di essere catturato.
Inseguito senza soste dai nemici fu ferito e dato per morto.

Scipione dalla Sicilia inviò una nave in suo soccorso. Masinissa tratto in salvo e curato, non appena possibile volle tornare in Numidia. Publio Cornelio gli diede il denaro necessario ad armare nuove truppe. Senza che Siface fosse informato Masinissa poté disporre di un esercito, piccolo, ma non per questo meno pericoloso. Con queste forze modeste e con il suo grande coraggio, cominciò a tendere insidie all'esercito di Siface.

Questi pensando di avere a che fare con una masnada di briganti, promise grandi premi a coloro che li avessero consegnati nelle sue mani.
Masinissa fiutato il pericolo si dileguò sulle montagne dove i cavalieri di Siface non ardirono addentrarsi.

Io intanto, con le mie tre coorti di volontari che inviate da Scipione avevano militato sotto le insegne di Marco Livio Salinatore, sciolto dagli obblighi, mi ero recato in Etruria con una lettera di Marco Livio per Gaio Terenzio Varrone, nella quale chiedeva a Gaio Terenzio di intercedere presso gli Etruschi perché ci imbarcassero su qualcuna delle loro navi che, portando gli aiuti promessi, erano in partenza per la Sicilia.


Marco Livio Salinatore

Gaio Terenzio per aver impedito ad Asdrubale di invadere l'Etruria, aveva acquisito grandi meriti presso gli Etruschi, inoltre chiarendo che il loro interesse era quello, non solo di allontanare il più possibile la guerra dall'Etruria e dall'Italia, ma soprattutto di vincerla, ottenne che fossimo imbarcati sulle navi onerarie (i mercantili) che salpavano da Pyrgi (presso Santa Severa).   

 

X – Mentre Scipione raggiungeva la Sicilia, Magone Barca, lasciata l'isola di Minorca con dodicimila uomini e duemila cavalieri, secondo gli ordini ricevuti si diresse verso la Liguria, dove occupò il porto della nostra alleata Genova, successivamente tentò, con scarso successo, di indurre i Galli Cisalpini alla ribellione, mentre Annibale, portato l'esercito presso il capo Lacinio (oggi Capo Colonna) era afflitto dalla carestia.

In tali frangenti i Cartaginesi mandarono ulteriori soldati e denari a Magone, perché ingaggiando i Galli Cisalpini ed i Liguri, tirasse fuori dalle presenti difficoltà il fratello Annibale.

I Liguri, dalle cui terre eravamo lontani, si mostrarono ben disposti, ma erano pochi e comunque chiesero tempo per potersi armare, mentre i Galli vista la vicinanza del proconsole Marco Livio Salinatore, dissero a Magone che non osavano arruolarsi, temendo che il Romano li avrebbe attaccati mentre erano del tutto impreparati.

Magone restò pertanto confinato tra i monti della Liguria.

 

XI Gaio Lelio mandato da Scipione in Africa a fare bottino, incontrò Masinissa, che lamentò il ritardo di Scipione nel passare in Africa, proprio ora che Siface era impegnato in conflitti con i popoli confinanti.

Gaio Lelio Siface

Per quanto cacciato dal suo regno, non appena Scipione fosse sbarcato in Africa lo avrebbe raggiunto con un discreto contingente di cavalleria.

Peraltro consigliava a Lelio di tornare in Sicilia, poiché sapeva che i Cartaginesi erano salpati con una flotta contro la quale sarebbe stato imprudente scontrarsi.

Scipione prima di salpare per l'Africa volle riconquistare Locri.
La riconquista di Locri, per le vergognose vicende che l'accompagnarono, fu sul punto di offuscare la gloria di Scipione.

Il comando delle operazioni era stato dal console affidato al pro-pretore Pleminio: costui, rivelando un animo avido e crudele, sottopose i Locresi ad ogni sorta di violenze, gareggiando in ferocia con il presidio Cartaginese, che lo aveva preceduto.


Pleminio

I Locresi si appellarono ai tribuni militari, che ribellatisi a Pleminio lo sottoposero a tortura. Scipione venuto a conoscenza dei fatti, restituì il potere a Pleminio, che si vendicò e dei tribuni e dei Locresi. Costoro spinti dalla disperazione si rivolsero al Senato Romano chiedendo giustizia.

Agli avversari di Scipione non parve vero di poter approfittare dell'accaduto per chiedere che a Scipione fosse revocato il comando.

Per far luce sull'accaduto fu nominata una commissione d'inchiesta perché appurasse se Pleminio aveva agito su comando di Scipione.

Caduta l'accusa ne fu inventata una nuova, quella di non curare l'addestramento dell'esercito, ma di lasciare che i soldati si abbandonassero ad ogni licenza. L'accusa era così insulsa che la nuova commissione d'inchiesta dovette ammettere che nel campo Romano le cose procedevano magnificamente (tra i membri della commissione c'era un giovane Marco Porcio Catone, più tardi inguaribile avversario di Scipione).


Marco Porcio Catone


Scipione fu quindi autorizzato dal Senato a partire per l'Africa, accompagnato da grandi speranze.

Intanto fece condurre a Rhegium Pleminio con i suoi complici e consegnato al pretore, questi sotto custodia mandò tutti a Roma dove furono incarcerati.

In circostanze mai chiarite Pleminio morì in carcere.

 

XII – I Cartaginesi, persuasi che Scipione sarebbe presto sbarcato in Africa, strinsero sempre più l'alleanza con Siface.

Come precedentemente detto, a questo fine Asdrubale figlio di Gisgone aveva dato in moglie al Numida la propria figlia Sofonisba, quindi Siface, preso da violenta passione per la bellissima e giovane sposa, si legò a Cartagine sia in via privata, che attraverso un pubblico trattato.

Ciò fatto scrisse a Scipione ripudiando il patto di alleanza e amicizia che aveva suggellato, con il di lui padre Publio e lo zio Gneo, aggiungendo che, se fosse passato in Africa, in lui avrebbe trovato non un amico, ma un nemico.
Scipione, che da Masinissa era stato informato del sicuro tradimento di Siface, stimò non doversi concedere ai nemici il tempo necessario per organizzarsi, pertanto ordinò che fossero requisite tutte le navi necessarie per trasportare le legioni in Africa e concentrate nel porto di Lilibeo (Marsala).

Tra i legionari, più di chiunque altro desiderosi di imbarcarsi erano quei reduci di Canne, che per punizione erano stati mandati in Sicilia, ma noi veterani ben sapevamo essere stati ingiustamente puniti per scontare colpe non loro.
Più di ogni altro lo sapeva Scipione che era a Canne e che su di essi faceva particolare affidamento.

Fatte caricare sulle navi provviste per quarantacinque giorni Scipione, con il fratello Lucio, si schierò all'ala destra con venticinque navi da guerra, per proteggere le navi sulle quali ci eravamo imbarcati (circa 16 mila fanti e 2 mila cavalieri), all'ala sinistra con altrettante navi si trovava il comandante della flotta Lelio (con Catone, allora questore).

All'alba Scipione ordinato all'araldo di imporre il silenzio così pregò:
“O Dei, o Dee, alma Venere per te splende la luce del giorno, a te sorridono le acque del mare, te fuggono i venti.
Madre degli Eneiadi (i romani, discendenti di Enea), concedi un viaggio propizio ai Romani, agli alleati di stirpe Latina, a noi tutti che andiamo a vendicare indicibili lutti.
O Dei, o Dee, vi prego e vi scongiuro perché le imprese che ci apprestiamo a compiere abbiano buon esito per il Popolo Romano, per i suoi alleati e per me stesso.
O Dei, o Dee, proteggete i vincitori perché salvi e incolumi tornino in trionfo alle loro case, dopo aver piegato oggi e per sempre i nemici”.

Dopo questa preghiera, gettate in mare, secondo il rito, le viscere della vittima sacrificale, al suono della tromba diede il segnale di partenza.

Ai piloti fu ordinato di far vela verso gli Emporii (località prossima ad Hammamet).

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Mentre la terra scompariva alla vista, si alzò un vento favorevole.
Nel secondo giorno di navigazione il litorale d'Africa apparve ai nostri occhi.

Giunti a Capo Pulcro (oggi Capo Farina) Scipione ordinò di sbarcare.

 

XIII – Alla vista delle nostre navi, le genti Africane furono prese da panico e terrore, tanto che nella fuga invasero tutte le strade che conducono a Cartagine, dove un terrore ancora maggiore pervase la città.

Il cittadino più eminente era Asdrubale figlio di Gisgone, che più volte in Spagna era stato sconfitto da quello stesso Scipione, che ora avanzava con il suo esercito, pronto ad attaccare Cartagine.
Il senato Cartaginese, come se il comandante Romano stesse per assalire la città, chiuse le porte, chiamò i cittadini alle armi.

Il giorno successivo, cinquecento cavalieri mandati in esplorazione, affrontati dai nostri, furono messi in fuga, pochi si salvarono.
Come promesso dopo pochi giorni arrivò Masinissa, con un migliaio di cavalieri.
Non tanto per il numero, quanto per la conoscenza dei luoghi, il suo arrivo fu da noi salutato con grande apprezzamento.

Intanto Asdrubale di Gisgone arruolati tra i Numidi quattromila cavalieri, occupò la citta di Seleca, che si trovava a quindi miglia (circa 25 km) dai nostri accampamenti, da qui inviò messi a Siface, chiedendogli di raggiungerlo con il suo esercito.
Visto che i Cartaginesi si muovevano con estrema lentezza, Scipione decise di passare all'attacco.
Masinissa con un piccolo contingente di cavalieri avanzò su Seleca, provocando i nemici, mentre Scipione con il grosso della cavalleria si teneva celato.

Masinissa, con i suoi pochi cavalieri, sembrò ai Cartaginesi un boccone facile da ingoiare.
Usciti in massa da Seleca, si gettarono all'inseguimento del Numida.
Quando si furono allontanati a sufficienza dalle mura della città, a loro volta vennero assaliti da Scipione e dallo stesso Masinissa. 
Per trenta miglia fuggirono (oltre 45 km).
Facemmo duemila prigionieri, mille furono tra loro i morti e i feriti.
Occupammo Seleca.  

Scipione peraltro non ritenne di avere forze bastanti per attaccare Cartagine, in attesa che dal Lilibeo giungessero nuovi contingenti di soldati, posto il campo in prossimità di Utica, saccheggiò i vicini villaggi e le campagne, fatto un grande bottino, caricate le navi, le rimandò in Sicilia, per imbarcare il nostro secondo contingente.

Gli Uticensi riponevano le speranze di salvezza nell'aiuto dei Cartaginesi, che a loro volta le riponevano in Siface.

 

XIV - In Italia il console Licinio, si scontrò con Annibale in varie occasioni, questi con le forze sempre più ridotte, si ritirò a Crotone.

Intanto il fratello Magone, confinato in Liguria, tentò con grandi promesse di portare gli Etruschi dalla sua parte.
Coloro che avevano avuto abboccamenti con Magone, furono denunciati ed esiliati. Peraltro il Senato ritenendo che la situazione dell'Etruria dovesse essere chiarita, incaricò Gaio Terenzio Varrone, che presso gli Etruschi godeva di grande prestigio, di condurre un'inchiesta e agire come meglio credeva nell'interesse della Repubblica.


Gaio Terenzio Varrone

In verità negli ultimi vent'anni il territorio Etrusco era stato più volte devastato, dai Galli prima, dai Cartaginesi poi, molti giovani erano morti nelle battaglie combattute a fianco dei Romani, le campagne erano state abbandonate, l'antico splendore era sfiorito.

Varrone, ascoltate le lamentele del popolo, ricordò che con due legioni Romane aveva presidiato il loro territorio, impedendo ad Asdrubale di attraversarlo, inoltre informò gli Etruschi che Scipione era sbarcato in Africa, dove passava di vittoria in vittoria, presto lo stesso Annibale avrebbe lasciato il Brutio dove si era rifugiato e l'Italia intera sarebbe rifiorita.

Pacificati gli animi, senza bisogno di odiose punizioni, Varrone tornò a Roma.

In Sicilia, per prevenire una eventuale controffensiva Cartaginese, al pretore Marco Matone Pomponio furono assegnate quaranta navi.

A Scipione (nel 204) fu prorogato il comando senza limiti di tempo. 

 

XV – Per quaranta giorni assediammo Utica, dalla terra e dal mare, ma mentre la città resisteva, si avvicinarono ai nostri accampamenti Asdrubale Gisgone con trentamila uomini e Siface con cinquantamila.

Queste truppe erano bensì numerose, ma poco addestrate.
L'esercito di Asdrubale era formato da Africani, più preoccupati di ripararsi dal sole e di riempirsi la pancia, che ansiosi di combattere.

La fanteria di Siface era numerosissima, ma erano stati arruolati non pochi contadini e pastori.
Tramite persone di fiducia Scipione e Siface si scambiarono messaggi.
Il re Numida garantiva che se Scipione si fosse ritirato dall'Africa, i Cartaginesi avrebbero lasciato l'Italia, a queste condizioni si poteva concludere la pace.

Non certo per questo eravamo sbarcati in Africa!

Poiché Scipione, non credeva che Siface e Asdrubale Gisgone fossero in grado di sfamare a lungo un così gran numero di uomini e di animali, prese tempo rispondendo che doveva informare il Senato Romano ed attendere le sue decisioni.

In questo intervallo di tempo, avemmo modo di vedere che gli accampamenti dei nemici erano fortificati alla buona e che, con il passare dei giorni, la vigilanza diveniva sempre più trascurata.
Quando Scipione ritenne che i tempi fossero maturi informò Siface che il Senato respingeva le condizioni proposte.
E tuttavia i nemici, invece di prepararsi allo scontro, vinti dalla pigrizia trascurarono ogni cautela.

L'accampamento di Siface era quello più vicino al nostro, qui i soldati per ripararsi dal sole avevano eretto capanne di paglia e canne, che abbondano in quei luoghi.

Ascoltati i centurioni, Scipione decise di non perdere ulteriore tempo.


Scipione

Una notte, mentre i nemici si erano abbandonati al sonno e le sentinelle al vino, usciti dal nostro campo, iniziammo un fitto lancio di frecce incendiarie.
L’accampamento di Siface prese fuoco come una torcia.

Mentre regnava il massimo disordine, i Cartaginesi di Asdrubale pensarono che un incendio stesse divorando le capanne dei Numidi. Pertanto usciti dalle loro fortificazioni, con tutta l'acqua che potevano trasportare, corsero per spegnere l'incendio.
Quando gli uni e gli altri si accorsero che l'incendio era opera nostra, solo Asdrubale e Siface con duemila fanti e cinquecento cavalieri ebbero il tempo di fuggire.

Facemmo oltre cinquemila prigionieri, degli altri parte perì nell'incendio, parte per nostra mano, gli altri si dispersero nelle campagne.

 

XVI – Scipione, prese due città nemiche, lasciò il bottino ai soldati.

Asdrubale riparò a Cartagine, temendo che vinti dalla paura i Cartaginesi si arrendessero ai Romani.
I loro Sufeti (carica simile a quella di console) convocarono il senato, dove furono presentate diverse proposte.

Secondo alcuni si dovevano mandare ambasciatori a Scipione per negoziare la pace, secondo altri si doveva richiamare Annibale, prevalse una terza proposta secondo la quale si doveva allestire un nuovo esercito e mandare messi a Siface perché non defezionasse.

I messi portarono al Numida la notizia che quattromila valorosissimi Celtiberi erano giunti dalla Spagna per combattere a fianco dei Cartaginesi.
Siface rassicurò i messi mostrando loro una folla di soldati, in realtà contadini, ai quali da pochi giorni aveva distribuito armi e cavalli.
Aggiunse poi che ben sapeva come la recente disfatta fosse dovuta ad un incendio e solo chi è vinto con le armi in pugno può essere considerato sconfitto.

Scipione si apprestava a riprendere l'assedio di Utica, quando fu informato che Asdrubale e Siface avanzavano con un esercito di trentamila uomini.
Lasciata Utica, in meno di tre giorni percorremmo una sessantina di miglia (circa 100 km) raggiungendo una località chiamata Campi Magni, preparandoci alla battaglia.

Scipione schierò all’ala destra la cavalleria Italica che si opponeva ai Numidi di Siface, all'ala sinistra Masinissa con i suoi Numidi, fronteggiava i Cartaginesi, al centro la nostra fanteria contrastava i Celtiberi, mescolati ai quali si trovavano le reclute Cartaginesi e quelle di Siface.

Al primo scontro la cavalleria Italica e quella di Masinissa misero in fuga i nemici.
Al centro, mentre le reclute fuggivano, restarono da soli i Celtiberi che, poco pratici dei luoghi, non sapevano dove riparare.

Su questi incorreggibili traditori si abbatté la nostra collera.
Circondati li massacrammo fino all'ultimo uomo.
Asdrubale e Siface inseguiti da Lelio e Masinissa ebbero il tempo di fuggire.


Asdrubale Gisgone

Il giorno successivo Scipione sottomise le vicine città che erano in potere dei Cartaginesi, i quali presi dalla disperazione deliberarono di richiamare Annibale perché venisse in soccorso della patria.

 

 

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