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piazza di spagna
La piazza deve il suo nome all'Ambasciata di Spagna presso la Santa Sede.
Al centro della piazza troviamo, sempre affollata di turisti, la “Barcaccia”.
La fontana si deve a Pietro Bernini, padre del grande Gianlorenzo e forse per ciò a quest’ultimo si attribuisce un qualche intervento.
Ma che senso ha ‘sta Barcaccia?
Il senso c’è. La fontana fu costruita a memoria di una grandiosa inondazione del Tevere a seguito della quale i romani si muovevano in barca.
Di fronte alla fontana sale la famosa scalinata, mentre a destra chiude la piazza “er palazzon de’ propaganna”, il palazzo di propaganda fide, centro delle missioni cattoliche.
Il palazzo è opera di Gianlorenzo Bernini e di Francesco Borromini.
Al Bernini si deve la facciata che prospetta sulla piazza.
Bisogna onestamente dire che si tratta di un Bernini poco ispirato, tanto che dopo un rapido sguardo si abbandona il palazzo a se stesso.
Male.
Si perde così uno dei capolavori di Borromini, una di quelle opere che scaldano il cuore. Verrebbe da rubare a Giulio Cesare uno dei suoi verbi preferiti: qui borromini “animadverit”, scuote l’anima.
Della scalinata c’è poco da dire, chi non l’ha vista, almeno al cinema o in televisione?
I 138 scalini che portano dalla piazza a Trinità dei monti, sono i più famosi al mondo.
Gli architetti, o forse dovremmo dire gli scenografi, furono F. De Sanctis e
A. Specchi che completarono l’opera nel 1725.
La scalinata è asimmetrica visto che non è in asse né con la chiesa superiore, nè con la barcaccia o via Condotti. Il risultato è che percorrendola le prospettive cambiano in continuazione.
Saliti i 138 gradini si arriva alla chiesa di Trinità dei Monti fatta costruire dal regno di Francia ed opera di Giacomo della Porta.
Ancora qualche gradino, un piccolo sforzo e si entra nella chiesa dove troviamo due capolavori di Daniele da Volterra (1509-1566), l’Assunzione e la Deposizione.
A questo punto il riposo è meritato. Riposo attivo perché appoggiati alla balconata della scalinata possiamo vedere le cupole di San Carlo al Corso e la maestà di San Pietro.
Post scriptum
Quando si dice: dove ho messo la testa?
In fondo a via di Propaganda troviamo S. Andrea delle fratte, la facciata dice poco, ma appena entrati ci accoglie un Bernini in gran forma, perfettamente a suo agio nel ruolo di scultore e restiamo folgorati dai due angeli che stanno ai lati dell’altare. Due angeli così luminosi che torna alla mente “rapian gli amici una favilla al sole” e qui l’amico Gianlorenzo di faville ne ha rapite due.
In effetti queste due creature dovevano stare sul ponte S. Angelo, ma sembrò cattiveria esporle alle intemperie.
Dopo un po’ di tempo un frate bizzoso ci fa capire che è ora di sloggiare.
Con abile diversivo si elude il frate e ci si affaccia al chiostro.
Infine dopo un ultimo sguardo agli angeli si sorte, ma Borromini dov’è?
In alto e dove se no, laddove svetta un campanile capolavoro di Borromini. L’opera, secondo il genio dell’autore è densa di simboli e di raffigurazioni allegoriche, che culminano nella fiamma (il fuoco della fede?) e nella Croce. La cupola restò priva della decorazione marmorea, perché i frati finirono i denari, ma forse per questo, ancora più impressionanti si impongono le forme scandite dai nudi mattoni.
Un’ultima sorpresa, proprio all’angolo tra via di Propaganda e via della Mercede, vediamo, incassato nel palazzo dove visse, un piccolo busto posto a memoria di Bernini.
Povero Bernini sovrastato per l’eternità dal rivale che su di lui incombe con due de’ suoi capolavori.
Bernini non gradì. Dice Guattani nel suo “monumenti antichi, ovvero notizie sulle antichità e belle arti di Roma” (1787): il bizzarro e capriccioso Bernini nel dare quella forma di fallo ad un modiglione che regge ancora un balcone sull’angolo della sua casa, altro non voleva che dileggiare il suo emolo Borromino, il quale sull’angolo opposto della fabbrica di Propaganda Fide nell’arma del papa, in luogo dei cartocci, vi aveva posto due orecchie asinine per deridere il suo avversario.
Andò a finire che l’autorità non apprezzò lo stile della dialettica e gli ornamenti furono rimossi.
Bisogna dire che Bernini non era alieno da questo genere di scurrilità e l’elefantino della Minerva lo ricorda. Ma di questo parleremo a suo tempo.
Corre l’obbligo di ricordare che piazza di Spagna è sempre stato il luogo della internazionalità, testimoniata oggi da un discreto (ma è il più frequentato del mondo), Mc Donalds, progettato dal grande Ignazio Signoriello.
In effetti un tempo la piazza … erano due:
Piazza di Spagna e piazza di Francia e per maggior chiarezza i romani la chiamavano la piazza degli inglesi.
Come avrete capito questo è un artificio per farvi leggere il memorabile miserere della sittimana santa del Belli e finire in ….bellezza.
ER MISERERE DELLA SITTIMANA SANTA
Tutti l’ingresi de Piazza de Spaggna
Nun hanno antro che dì ssi che ppiacere
E’ de sentì a Ssan Pietro er miserere
Che gnisun istrumento l’accompagna.
Defatti, cazzo!, in nel gran Bertaggna
E in nell’antre cappelle furistiere
Chi ssa dì com’a Roma in ste tre ssere
Miserere mei deo sicunnum maggna?
Oggi sur maggna ce so stati un’ora;
e cantata così, sangue dell’ua!,
quer maggna è una parola che innamora.
Prima l’ha detta un musico, poi dua,
poi tre, poi quattro; e ttutt’er coro allora
J’ha dato giù misericordiam tua.
31 marzo 1836 |
A piazza di spagna c’era l’albergo di Londra
Il miserere per sole voci cantato nei pomeriggi del mercoledì, giovedì e venerdì santo.
Miserere mei Deus, secundum magnam misericordiam tuam.
sangue dell’uva
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Due parole di commento per chi non conosce il Belli.
L’andamento è tipico del poeta, inizio disimpegnato, gioco allusivo con quel maggna; ma l’ultima terzina cambia tutto e chiude emozionata e commossa, l’invocazione: misericordiam tua.