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Cola di Rienzo

Cola di Rienzo, (1313 – 1354) era di famiglia più che modesta, il padre oste e la madre lavandaia. Grazie alla sua brillante intelligenza divenne notaio e si trovò alla corte papale, allora ad Avignone.

Papa Clemente VI lo prese in simpatia; Cola di Rienzo colse l’occasione per denunciare i “baroni romani”: ”lli baroni de Roma so derobatori de strada: essi consiento li omicidii, le robbarie, li adulterii, onne male; essi voco che la loro citate iaccia desolata.”

Papa Clemente gli diede fiducia tanto che tornò a Roma, quale notaio della Camera Apostolica, l’istituzione che amministrava le finanze dello Stato pontificio.

Roma intanto soffriva.

Cola allora sostenuto dal popolo salì in Campidoglio, si deve credere con il consenso del rappresentante del Papa e qui enunciò i nuovi “ordinamenti” che nella sostanza intendevano porre un freno al malgoverno dei “baroni”, privandoli del controllo delle fortezze, dei ponti, delle strade e dei territori prossimi a Roma.

Ma lo stesso Cola di Rienzo preso dall’ebbrezza del potere dimenticò le sue buone intenzioni ed in breve tempo perse il sostegno del legato pontificio e poi del popolo.

Cominciò così una crisi irreversibile, non bastò più la sua oratoria, era diventato un ubriacone inaffidabile, finì ammazzato e poi arso; l’anonimo scrive “era grasso. Per la moita grassezza da sé ardeva volentieri”.

La parabola di Cola di Rienzo è antica, segue un percorso tragicamente segnato: illusione, delusione, catastrofe.

 

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