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NEGLI HORTI LAMIANI

Lucio Elio Lamia fu uno dei più intimi amici dell’imperatore Tiberio, lo servì come legato in Pannonia (Ungheria) e Dalmazia negli anni 13 – 15 e poi come proconsole in Africa. Lo stesso Tiberio lo nominò governatore della Siria nel 21, ma l’imperatore, circondato da adulatori e peggio ancora insidiato da oscure trame ordite soprattutto da Agrippina Maggiore, vedova di Germanico, figlio adottivo dello stesso Tiberio, non volendo privarsi del conforto dell’amico lo trattenne presso di sé, per nominarlo infine Praefectus Urbis (prefetto di Roma), carica che Lamia esercitò dal 32 fino alla morte avvenuta nel 33.

Tiberio - Museo Nazionale

Agrippina Maggiore - Musei Capitolini

Germanico - Museo Nazionale

Lamia fu anche amico di Orazio e visto che questi apparteneva al circolo di Mecenate è lecito congetturare che Lamia fosse amico dello stesso Mecenate. Ciò spiegherebbe la contiguità degli Horti Lamiani con quelli Mecenatiani.
Lamia lasciò in eredità i suoi Horti a Tiberio, che peraltro per sfuggire alle congiure romane si era ritirato a Capri. Fu Gaio Cesare, noto come Caligola, figlio di Agrippina Maggiore e adottato da Tiberio ad abitare negli Horti Lamiani, che peraltro continuarono risplendere per lo meno sino al tempo della dinastia severiana, cioè fino agli inizi del III secolo.

Gli Horti occupavano all’incirca l’area che va dalla attuale Piazza Vittorio, dove si trovava la villa Palombara, a Piazza Dante.

Nelle devastazioni di fine ottocento tutti gli edifici di quest’area furono demoliti, compresa la villa Palombara, questo è ciò che resta, ma dalle fondamenta affiorarono i resti degli Horti Lamiani.
L’impagabile Rodolfo Lanciani al quale si deve la scoperta e il salvataggio dei reperti, nel 1875, così descrive quell’incredibile momento:
Ho visto una galleria di 79 metri di lunghezza, il cui pavimento era costituito dalle più rare e costose varietà di alabastro (che fu detto di Palombara dal nome della villa) ed il soffitto sorretto da venti colonne scanalate di giallo antico, poggiate su basi dorate; ho visto un altro ambiente, pavimentato con lastroni di occhio di pavone, le cui mura erano ricoperte da lastre di ardesia nera, decorate da graziosi arabeschi eseguiti in foglia d’oro; e ho visto infine una terza sala, il cui pavimento era composto da segmenti di alabastro, incorniciati da paste vitree verdi. Nelle pareti di essa erano tutt’intorno vari getti d’acqua distanti un metro l’uno dall’altro, che dovevano incrociarsi in varie guise con straordinario effetto di luce.

Salvati da Lanciani i reperti, tutto il resto è stato distrutto.
Nelle sale dei Musei Capitolini dedicate agli Horti Lamiani sono esposti alcuni dei capolavori, come detto, salvati da Lanciani a cominciare da quella meraviglia che è la Venere Esquilina.
La data di nascita di questa Venere è oggetto di discussioni, secondo qualcuno sarebbe la metà del I secolo a. C. e non sarebbe Venere ma Cleopatra. Per sostenere questa tesi si ricorda che Cleopatra fu a Roma dal 46 all 44 a. C.
Naturalmente Cleopatra ha un grande richiamo, ma sembra più probabile che la scultura sia del I secolo d. C., visto che Lamia costruì gli Horti a partire dal 5 d. C.
In ogni caso da notare che la Venere non è idealizzata, ma è colta con quel tocco di realismo tipico dell’arte romana, che si manifesta nella mano destra che raccoglie i capelli, nei sandali con l’infradito e nelle vesti appoggiate sulla colonnina, dove è attorcigliato un serpente, simbolo dei pericoli nascosti.

Poco oltre, con due Tritoni ai lati, si mostra ai nostri occhi Commodo, ritratto come Ercole; alla base vediamo una amazzone, l’altra è andata perduta.
Commodo, figlio di Marco Aurelio, fu assassinato nel 192 e per giunta il Senato Romano lo condannò alla “Damnatio Memoriae”, pena che comportava la distruzione di qualsiasi traccia della sua esistenza. Ma chi all’epoca abitava gli Horti Lamiani pensò bene di nascondere il suo Commodo e pochi anni dopo Settimio Severo, conquistato il potere, cancellò la Damnatio Memoriae e decretò l’apoteosi dello stesso Commodo con conseguente divinizzazione, tanto per far capire al senato romano chi comandava.

Ancora in questo ambiente da non perdere Dioniso, e il centauro, incisiva replica romana da un originale del II periodo ellenistico, quello che si caratterizza per la drammatizzazione delle espressioni.
In una sala vicina si fa ammirare il gruppo delle due fanciulle che giocano, un originale greco del IV secolo a. C., dallo straordinario movimento.

Nell’ambiente contiguo è collocato un tratto di circa dieci metri del pavimento di alabastro descritto da Rodolfo Lanciani, in questo stesso ambiente vediamo i capitelli di lesene (pilastri ornamentali), intarsiati su una base di marmo rosso antico e le gemme che decoravano le pareti lignee delle sale della villa.
Tronchi di colonne di alabastro ci lasciano immaginare lo splendore degli ambienti.
Passando dal Palazzo dei Conservatori al Palazzo Nuovo nel salone si erge la statua di Apollo Citaredo, replica da un originale del tardo periodo ellenistico.

Lasciati i Musei Capitolini e il Campidoglio possiamo proseguire la visita agli Horti Lamiani andando in via Ostiense alla Centrale Montemartini, che peraltro fa parte dei Musei Capitolini.
A prescindere dai nostri Horti una visita alla Centrale è caldamente consigliata, sia per lo spettacolare allestimento che per i capolavori esposti.

Qui tra gli altri vediamo alcuni reperti dei Lamiani di eccezionale interesse, a cominciare dal ritratto di giovane che conserva tracce degli antichi colori e della doratura, così come lo splendida testa virile.
Infine da non perdere il torso di Athena Parthenos, replica romana della statua d’oro e avorio che Fidia aveva collocato ad Atene sul Partenone.

Per concludere in bellezza la nostra gita negli Horti Lamiani non ci resta che raggiungere lo splendido e indimenticabile Museo Nazionale Romano, dove è esposto il rilevo con Menade, di particolare interesse perché ci suggerisce l’ipotesi che negli ambienti della villa dovessero esserci molti altri rilievi, probabilmente distrutti nel Medioevo e reimpiegati quali materiali da costruzione. Infine imperdibile è lo splendido Discobolo Lancellotti replica perfettamente conservata di una delle opere più ammirate nell’antichità: il Discobolo bronzeo di Mirone, andato perduto.

Vi abbiamo mostrato quelli  che ci sono sembrati i reperti più spettacolari e più importanti degli Horti Lamiani, se li avete apprezzati provate ad immaginare quale fossero gli interessi, la cultura, in ultima analisi la vita che conducevano i padroni di casa.

 

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